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RECENSIONI

IMPARIAMO IL CINESE CON DISINVOLTURA

Monica

Non è una grammatica, non è un dizionario, ma non è nemmeno un fumetto e basta, perché l’autore un’idea del cinese ce l’ha eccome, essendo che vive e lavora da anni a Taiwan, che non è Cina popolare ma è pur sempre Cina e ci si parla un cinese doc anche se la scrittura adottata è un pochino più complessa di quella della Mainland China. Stefano Misesti, comasco che lavora a Taipei da una decina d’anni, disegna, fotografa e dipinge. Ha al suo attivo diversi libri di fumetti, ma questo oltre a divertire ha un’altra meritoria funzione, che è quella di avvicinare il pubblico digiuno di cinese e aiutarlo a capire almeno vagamente come funzionano lingua, scrittura e pronuncia (anche con un accenno ai toni, che in cinese sono imprescindibili), nonché di aiutare chi un po’ di cinese sta cominciando a studiarlo a ricordare com’è costruito un carattere. Se le basi sono indiscutibili e le nozioni trasmesse inequivocabili, del tutto fittizio, strampalato e divertente il presupposto: Misesti immagina di incontrare un ipotetico “inventore di caratteri”, vestito in modo improbabile e anche piuttosto sfigato (a un certo punto viene “deriso dal 93% della popolazione” perché non è in grado di disegnare un cerchio), che nel corso del tempo costruisce, in modo bizzarro e spesso fortuito, per l’appunto le migliaia di caratteri che costituiscono la scrittura cinese. Certo l’approccio di Misesti è l’antitesi dello studio analitico dell’origine dei caratteri (divinazione, ossa oracolari ecc ecc), che certamente lui conosce benissimo, ma ci aiuta parecchio perché tra una risata e l’altra saremo in grado di memorizzare fino a 150 caratteri, il tutto “con disinvoltura”, come ci ricorda il motto che ricorre su tutte le pagine: IMPARO IL CINESE (TRADIZIONALE) CON DISINVOLTURA, appunto.

Stefano Misesti

IL CINESE A FUMETTI

Nicola Pesce Editore, 2017, pp 111

12 €
IL CINESE A FUMETTI

UNA TELENOVELA DEL SECOLO XI

Monica

Questo bellissimo romanzo giapponese (struggente, corposo) dell’undicesimo secolo mi ha avvinta come una serie tv, anzi non escludo che ne abbiano fatta una. Vita di corte in Giappone alla fine del primo millennio d.C., detta così suona noiosissima, in realtà è un susseguirsi di avventure amorose con protagonista il Principe Genji, uomo bellissimo e di grande successo sociale, capace di ammaliare qualsiasi dama, giovane o meno, e che in tutte trova qualcosa di unico e affascinante e alle quali è e resta per sempre in qualche modo legato e devoto. Certo c’è una favorita, che da subito piace anche a noi non solo per la bellezza che ci viene raccontata in toni del tutto diversi da quelli che si possono immaginare: mai descrizioni fisiche se non, al massimo, qualche accenno alla lunghezza delle chiome, eppure noi ne percepiamo il fascino, di modi e di qualità morali, di generosità, curiosità, apertura. Il tutto è sostenuto insomma da una visione del mondo femminile mai crudele o meschina, il che è forse dovuto al fatto che l’autrice è una donna (UNA DONNA!!!! Nel 1000!!!! In GIAPPONE!!!!!!). Insomma, quella che parrebbe una parata di conquiste del Nostro, è invece uno studio attento della psicologia umana, delle relazioni, un racconto di respiro universale, con una morale di ispirazione buddista (a ogni azione corrisponde un effetto: tant’è che Genji in età matura sarà costretto a ingoiare la stessa umiliazione che ha inferto a sua volta ad altri, da giovane). A Genji “Lo Splendente” ci si affeziona, se ne leggono le gesta come se fosse nostro fratello, un nostro caro amico, si soffre con lui, ci si innamora con lui e di lui, e alla fine ci si sente un po’ svuotati, senza la sua compagnia. Sia perché lui muore ma soprattutto perché si è finito il libro.
Io ho letto la versione vecchia, basata su una traduzione inglese dal giapponese, ma da qualche anno è in commercio quella più completa, nella traduzione di Maria Teresa Orsi, certamente più rispettosa dell’originale e più accurata dal punto di vista filologico, alla quale la studiosa ha dedicato dieci anni di lavoro. Certo è una lettura lunga e impegnativa, ma non si può mica vivere solo di Murakami!

Murasaki Shikibu

LA STORIA DI GENJI

Einaudi, 2015, (pp più di mille ma non spaventatevi),Traduzione dal giapponese di Maria Teresa Orsi

€ 28
LA STORIA DI GENJI

LASCIARSI ANDARE

Laura

"La vegetariana" libro visionario.
Yeong-hye fa un sogno ha una visione. E smette di mangiare carne. Ma non è importante cosa sceglie di fare. Si allontana si libera. Non c'è più buon senso non ci sono più leggi, convenzioni.
Yeong-hye diventa leggera.La storia può sembrare dura, violenta. In realtà la vera violenza si sente solo quando madre padre sorella marito vogliono riportare Yeong-hye alla realtà costringendola ad accettare regole che non sono più le sue.
Cercando significati e metafore si perde l'occasione di lasciarsi andare e godere un libro elegante raffinato seducente sensuale pieno di colori e bellezza. Senza volgarità cattiveria. Leggero e impalpabile. Libero.

Han Kang

LA VEGETARIANA

Adelphi, 2016, pp 177, trad. (dall'inglese) di Milena Zemira Ciccimarra

€18
LA VEGETARIANA

LA SPERANZA OBLIQUA

Matteo

La poesia di Gianluca D’Andrea è un esperimento, in continuo divenire, il suo lignaggio non può sentire appagamenti. Anzi non deve. La sua ultima raccolta poetica Transito all’ombra è costruita su una struttura portante ben definita e dalla grande importanza simbolica. Il numero ricorrente è il 14: la prima parte Storia, i ricordi sommata al primo dittico dà proprio 14, così come Immagini, i ricordi e la parte Era nel racconto insieme a Zone recintate. Il numero ha a che fare con la vita privata del poeta: è proprio a 14 anni che comincia a scrivere poesie. La struttura e le sue fondamenta sembrano ben salde, ricordano una sinfonia mozartiana per la sua soavità e leggerezza. Ma ecco, con un colpo di vento, la dissonanza che fa diventare la musica atonale: l’ultima parte della raccolta Notturni, pensieri nati sul balcone di casa del poeta a Treviglio nelle notti insonni, è rappresentato dal numero 7. Il palazzo costruito da D’Andrea sembra improvvisamente crollare, il terreno sotto i piedi sdrucciolevole e le certezze venire meno. E’ proprio in questa dissonanza, in questo deserto del reale che nascono le poesie di Transito all’ombra.
L’opera è un ininterrotto susseguirsi di piano individuale e storia collettiva: i ricordi intimi e personali del poeta sono sempre perforati da schegge impazzite di storia. Le poesie, che possono essere definite piccoli quadri di vita quotidiana, sono deformate dalla memoria collettiva, così il ricordo tutto infantile di un gioco nel cortile del palazzone di Messina, dove è nato, viene sporcato dall’immagine di Francisco Franco e Ustica. La storia, per chi come D’Andrea è cresciuto tra anni Ottanta e Novanta, ossia quando «gli individui al loro fondo,/tutti impegnati, da bolle a sognare/il proprio mondo», è inaccessibile, arriva da lontano senza dare spiegazioni. La memoria collettiva con il suo patrimonio gli è preclusa: non riesce neppure a vedere la cappella degli Scrovegni dipinta splendidamente da Giotto, ma si deve accontentare di guardarla, in una visione postmoderna, su una guida ingiallita. La copertina realizzata dall’artista svizzero Luca Mengoni mette in risalto questo fattore: le gambe di un uomo, D’Andrea stesso, in una visione pasoliniana sono immobilizzate dal serpente della storia che con le sue spire lo blocca, forse per sempre. Il suo passaggio resta all’ombra, la sua intimità è vinta dalla furia della storia. D’Andrea scrive poesie così sensoriali, che anche l’odore diventa fondamentale: al ricordo di un temporale estivo, odore di vita, si sovrappone quello dell’epoca in cui vive, odore di morte. Tutta la raccolta presenta questa stratificazione di tempi, l’accavallarsi di piano individuale e dimensione collettiva. Il poeta ci parla guardando un mondo che sta crollando, non per niente le parole «macerie» e «rovine» sono molto presenti.
È da questa situazione disperata che il lettore deve tendere l’orecchio per ascoltare la voce di D’Andrea. In un’epoca di parole urlate con rabbia, il poeta ha l’obbligo morale di andare controcorrente e di parlare sommessamente, «Tutti siamo piccoli, Sofia,/abbiamo poco o niente da dire,/eppure questo fiato, così buffo,/è il dovere che ci unisce e dissolve». In questa totale solitudine, in questa profonda assenza della presenza, la voce di D’Andrea è un lungo tremolio, un sussurro a cui bisogna prestare attenzione: è la voce di un uomo che come l’angelo di Paul Klee è proiettato verso il futuro ma con un occhio in direzione del passato. In questa totale negatività che gli fa dire «eppure la terra è statica in milioni di anni senza/ noi, ci raggiunge e vomita», in questo stato di isolamento perenne che svuota il corpo, una labile traccia di speranza è presente ed è rappresentata dalla piccola Sofia, la figlia di D’Andrea. La salvezza arriva dai bambini che con il loro sguardo obliquo e pieno di meraviglia possono ricostruire ciò che i loro genitori hanno distrutto e tradito.

Gianluca D'Andrea

TRANSITO NELL'OMBRA

Ed MARCOS Y MARCOS, 2016, pp 112

16 €
TRANSITO NELL'OMBRA

Sembrava fosse amore invece era un calesse

MATTEO

La copertina di questo libro è già una dichiarazione di intenti. L’ha realizzata l’artista brasiliano Laurindo Feliciano che, col suo stile vintage e surreale e con un gesto nostalgico che incontra il design grafico, anticipa i temi che toccherà la scrittrice Jenny Offill.
Una coppia della middle class americana anni Cinquanta si guarda: la moglie, bionda platinata, sorride di un sorriso forzato; davanti a lei il marito, il suo punto d’appoggio o almeno così sembrerebbe, che tiene stretto appoggiandosi con le mani alle sue forzute spalle. Il viso dell’uomo è circondato da una nuvola che ci impedisce di vedere il suo viso, rendendolo una figura aleatoria, una costruzione nata nella testa della moglie e, vedremo, sarà proprio così.
La protagonista del libro della Offill è la moglie disegnata da Feliciano, una donna che ha accettato diversi compromessi, ma che nonostante una vita grigia e modesta cerca la felicità in ogni dove. Ragazza di belle speranze all’università, decide di non sposarsi per diventare una grande scrittrice, anzi un “mostro d’arte” come Nabokov, così da non interessarsi mai delle cose terrene. Ma scende dal suo iperuranio personale quando incontra e sposa un ragazzo. Da quel momento si attacca disperatamente a questo matrimonio, cercando di farlo andare nel miglior modo possibile, ma in lei è presente, fin dall’inizio, la delusione di un’aspettativa mai realizzata.
La nascita della figlia sostituisce il marito nel suo cuore: lei è prima madre e poi moglie. Spesso un figlio, anziché unirla, contribuisce al disfarsi di una coppia e infatti questa nuova presenza fa precipitare il loro rapporto in una spirale di autodistruzione. La crisi precipiterà in seguito alla scoperta del tradimento di lui, in crisi di mezza età, con una ragazza più giovane della moglie e con una frangia che la moglie era stata obbligata a tagliarsi dal marito stesso (particolare importantissimo del libro, che definisce la totale recisione del loro rapporto). Il finale a sorpresa dimostra la maestria della Offill nel decriptare l’animo umano. Lascio però ai lettori il giudizio finale.
Jenny Offill ha scritto un libro omogeneo e commovente, e si vede che ha avuto come maestro un grande come Raymond Carver, per l’attenzione ai particolari che sembrano irrilevanti ma che invece sono fondamentali per raccontare la storia di questa coppia (un gesto della mano, una scossa della testa, uno sguardo di sbieco pieno di angoscia). La struttura è assolutamente originale: non ci sono dialoghi ed è tutto un lungo flusso di coscienza della protagonista. I suoi pensieri sono spesso intervallati da citazioni poetiche (Rilke in primis) e filosofiche (il suo amato Wittgenstein) che a volte riprendono gli eventi appena raccontati, altre invece lasciano stupefatti perché non c’entrano nulla con la storia. Del resto inconscio e subconscio sono così: fanno fare salti temporali e concettuali che poco si conciliano, ma che comunque spiegano molte cose di questa ragazza.
Un piccolo gioiellino da leggere tutto d’un fiato in una notte insonne.

Jenny Offill

Sembrava una felicità

NNEDITORE, pagg 168, Trad. di Francesca Novajra

16 €
Sembrava una felicità

Le ragioni di Giuda

MAURO

Qualche anno fa Mondadori ha pubblicato un libro intitolato Il mio traditore in cui l'autore, Sorj Chalandon, romanzava la sua vicenda di francese simpatizzante per il movimento repubblicano irlandese. Nel libro, Chalandon alias Antoine, giovane liutaio parigino, scopre il tradimento di un suo caro amico, soldato dell’Ira, che per oltre 25 anni era stato un informatore dei servizi segreti inglesi.
In un'intervista Chalandon ammette: «Non mi bastava. Perché è facile versare lacrime nei panni dell'uomo tradito, più difficile essere il traditore. Quindi ho scritto un secondo libro, perché nel primo non si capiva perché lui fosse diventato un traditore e dare voce in prima persona al traditore mi serviva a capire come fosse successo tutto. Nel primo libro ho scavato una tomba, nel secondo ho portato fiori a questa tomba».
Questo secondo libro (assolutamente indipendente dal primo) è oggi pubblicato in Italia da Keller, con il titolo Chiederò perdono ai sogni. Tyron Meehan è un informatore degli inglesi che ormai vecchio e stanco ritorna a Killybegs in attesa dei sicari dell'Ira (e Retour à Kyllibegs, meno fuorviante, forse più interessante, è il titolo originale) e qui racconta la sua vita: l'infanzia poverissima alla mercé di un padre nazionalista e violento, i soprusi inglesi, l'ingresso nell'Ira, il carcere, la protesta delle coperte, e di come è diventato un eroe e un punto di riferimento per un'intera comunità e di come, sempre rimanendo fedele ai suoi ideali, ha tradito tutti.
Giornalista di Libération, Sorj Chalandon, è stato in molti teatri di guerra ed è soprattutto famoso per i suoi reportage sull'Irlanda del Nord; questo bel romanzo si giova del suo scarno stile giornalistico.
Sorj Chalandon racconta un secolo di storia irlandese e soprattutto dei movimenti “terroristici” degli anni Settanta e Ottanta; non scrive per giustificare né tantomeno per condannare, ci chiede solo di non giudicare. Ci mostra come il nascere in certi ambienti e in particolari momenti storici ti consegna necessariamente alla violenza.
Nato e cresciuto in guerra, la guerra è il suo solo orizzonte visibile, eppure il protagonista sogna:
«…ed ecco che un giorno l'Irlanda si unirà di nuovo. Ecco che il confine sarà calpestato da migliaia di bambini sorridenti. Ecco le nostre donne, i nostri uomini, le nostre ragazze e i nostri soldati che correranno per i prati verso i nostri fratelli della Repubblica. Ecco le loro strette, i loro abbracci, le loro grida di gioia, finalmente. Ecco il vento che si alzerà e il sole sulle nostre bandiere. (...) E i nostri fratelli protestanti che accetteranno le nostre mani tese. E mai più la guerra, e la pace per sempre. E io, in un cono d'ombra, senza neanche l'uniforme, senza medaglia, senza amici, senza urrà. Io in piedi in mezzo al mio popolo, sconosciuto, anonimo. Io che avrò fatto tutto questo, tutto. Che potrò finalmente chiedere perdono a Danny Finley, a Jim o'Leary, e chiedere perdono ai miei sogni.»

Sorj Chalandon

CHIEDERO' PERDONO AI SOGNI

KELLER editore, 2014, Trad dal francese di Silvia Turato

€ 16,50
CHIEDERO' PERDONO AI SOGNI

Un libro buono un buon libro?

LAURA

Piccola cittadina americana, personaggi semplici, storie quotidiane, più o meno. Più o meno perché le storie dei personaggi principali non sono proprio quotidiane. Sono "esemplari". Servono per farci immaginare un paesino dove ci sono i cattivi e i buoni e i buoni vincono, dove la gente si occupa degli altri e si aiuta.
Ma non è il filmaccio americano melenso e sdolcinato. La bontà la solidarietà e il lieto fine sembrano naturali e possibili. Senza esagerazioni. Senza forzature.
Non sofisticato ne' nello stile ne' nella storia. Semplice consolante incoraggiante tranquillizzante.
Irreale? Ma tutti i libri non sono veri. Raccontano storie. Questo racconta una storia buona.
Libro buono buon libro?
Qualche volta ci possiamo anche permettere di leggere una storia buona!

Kent Haruf

Canto della pianura

NNEditore, pagg 304, traduzione di Fabio Cremonesi; fa parte di una trilogia

18 €
Canto della pianura

CONTRORECENSIONE

Matteo

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte.

Ecco l’incipit di Stoner di John Williams, libro che ebbe un’accoglienza a dir poco fredda, anzi meglio dire glaciale, quando uscì nel 1965 e poi è diventato un caso editoriale nel 2003, quando ristampato dalla New York Review Books vendette 50.000 copie attraverso il passaparola tra i lettori. Ma com’è possibile? Avete letto l’incipit? In tre righe è riassunto tutto il romanzo, si potrebbe quasi chiudere il libro e passare al prossimo, accatastato sul comodino. Invece no, una volta che con gli occhi si va avanti si viene completamente catturati da questo uomo, poco stimato dai colleghi e di cui nessuno studente si ricorda.
La scrittura di John Williams è delicatamente potente, scusatemi l’ossimoro, ma è così, non trovo parole migliori. Ha una vera e propria maestria nel riuscire a modellare le parole, basti guardare l’utilizzo meraviglioso degli aggettivi, che sono sempre al posto giusto e al momento giusto. E allora il lettore non può che rimanere incantato dalla vita assolutamente normale, al limite del banale, di William Stoner, grazie alla scrittura di Williams ma anche perché si entra a “piedi uniti” nei particolari della vita del nostro protagonista, e si sa che Dio si trova nei dettagli. Si riesce così a rimanere affascinati da un uomo che non ha mai viaggiato, non allontanandosi mai oltre centocinquanta chilometri dalla facoltà dove lavora, ma che in realtà ha un fuoco dentro. Basta vedere gli occhi di William Stoner: sempre lucidi, dallo sguardo mai pigro, almeno fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Questo libro parla dell’animo umano, delle sue debolezze: in una minuziosa ricostruzione dei dettagli diventa infine universale e si rivolge a tutta l’umanità.
Consiglio di leggerlo almeno una volta all’anno, perché ogni volta si scopriranno nuove sfaccettature di questo uomo e di tutto il mondo di relazioni che gli girano attorno.
Controindicazione: crea dipendenza

John E. Williams

STONER

Ed FAZI, pp 132, trad di Stefano Tummolini

€ 17,50
STONER

CACCIA AL LADRO

Monica

Pechino di oggi, gente che si arrabatta nella quotidianità alla faccia (o forse alla rincorsa) del grande sogno cinese.
La trama, movimentatissima, è quella di un quasi giallo urbano, dove la posta in gioco è all’inizio un marsupio rubato a un poveraccio ma via via diventa materiale sempre più scottante, in una sequela di avvenimenti a incastro in cui si muovono, o per meglio dire si agitano, i personaggi più disparati, le varie categorie che popolano la vita urbana nella Cina di oggi. Dall’imprenditore rampante con la moglie infelice e obesa ma più furba di quanto si possa sospettare, al migrante cornuto e mazziato che oltre a perdere continuamente il lavoro perde anche la moglie che se la fa con il suo ex imprenditore, ai giovani sempre in caccia di occasioni per far soldi, alle bande di malavitosi che controllano diversi segmenti della città, agli investigatori privati, ai funzionari corrotti e ai loro scagnozzi, alle parrucchiere/prostitute. Insomma un ritratto vivace e divertente di una parte di Cina di oggi, dove prevale sì l’interesse per i soldi, ma in cui resiste una tradizionale logica di rispetto delle convenzioni, sulle quali regna sovrana l’atavica paura cinese di “perdere la faccia”. Molti i ritratti spassosi, molti i protagonisti, ingenui e scaltri allo stesso tempo e che non sono mai, come del resto nella realtà, buoni o cattivi fino in fondo, il che ce li rende amabili anche quando si tratta di vere e proprie canaglie.
Il tutto è opera di Liu Zhenyun, scrittore di origini contadine, classe 1958, ancora poco tradotto in Italia ma capace di una leggerezza a tratti molto comica e in grado di descriverci la realtà cinese in modo più efficace di tanta paludata saggistica.

Liu Zhenyun

OGGETTI SMARRITI

Metroopoli d'Asia, trad. dal cinese di Patrizia Liberati, 2015

€ 15
OGGETTI SMARRITI

Italiani cinesi o cinesi italiani?

Monica

I pregiudizi sui cinesi, si sa, si sprecano. Lasciando da parte quelli più infamanti e odiosi, che nascono dall’ignoranza mista a paura di chi da sempre sventola il vessillo del pericolo giallo come spiegazione di tutti i mali che affliggono il nostro paese, non mancano però quelli che, pur non essendo offensivi, lasciano comunque trapelare una profonda diffidenza: i cinesi arrivano dappertutto, invadono tutto, ci portano via il lavoro, si isolano, chissà cosa mangiano, e via di questo passo. Perciò è bello, ogni tanto, poter presentare un libro in cui cinesi e italiani si confondono, si fondono in un’unica identità. E’ un po’ la storia di Matteo Demonte, o meglio delle sue origini: il nonno, cinese di Qingtian, provincia del Zhejiang (Cina centrorientale), arriva a Milano nel 1931 e qui si barcamena tra piccoli commerci, fino a quando conosce una sartina arrivata da Cremona: i due si sposano e danno il via, oltre che a una florida impresa commerciale, a una famiglia mista e via via sempre più milanese; i tre figli sposeranno a loro volta altri italiani e da una di queste coppie nascerà proprio Matteo. Matteo Demonte e Ciaj Rocchi hanno confezionato a quattro mani questo bellissimo graphic novel, riproducendo fedelmente nei disegni le foto d’epoca che ci presentano una Milano d’altri tempi e una nascente Chinatown. Un documento prezioso, ben confezionato, molto curato sia dal punto di vista grafico che storico, ricco di dettagli e di richiami evocativi, a partire dal titolo, che è anche quello di un classico confuciano. Matteo e Ciaj sono venuti a presentarlo all’Incrocio Quarenghi, ed è stato proprio un bel pomeriggio, che ci ricorderemo per un bel po’.

Ciaj Rocchi e Matteo Demonte

PRIMAVERE E AUTUNNI

Ed. BeccoGiallo, pagg 160

€ 18
PRIMAVERE E AUTUNNI

UNA VITA

Laura

Questa estate non ho letto molto,come sempre d'estate. Soprattutto se c'e' il sole. Il mio cervello desidera vagare libero e non concentrarsi su nulla.
Ma ho fatto il compito; ho letto "Stoner". Da quando è uscito lo volevo fare.
L'ho letto in pochi giorni.E' la storia di una vita, una vita consapevole, contraddittoria, a suo modo non conformista, a volte inerte ma piena di entusiasmi, di grande dolore ma anche di passione e di momenti felici.
Scritto bene, interessante.
Ma non mi ha sedotto.E' un punto di vista molto personale e probabilmente poco oggettivo. In questo momento io ho voglia di leggere libri che mi sorprendono. Per la descrizioni di mondi che mi sono sconosciuti, per lo sguardo diverso su mondi che conosco, per uno stile particolare.
Secondo me ci sono periodi in cui si desidera, o si ha bisogno, di leggere libri in cui ci si identifica, che ci fanno rivivere cose vissute, emozioni provate, tormenti o piaceri noti,che ci portano su strade percorse. Questo succede leggendo "Stoner".
Oppure si desidera, o si ha bisogno, di scoprire che esistono strade nuove, vite diverse.

John E. Williams

STONER

Fazi editore, pp 332, traduzione di Stefano Tummolini

€ 17,50
STONER

Raul Montanari il bardo del mondo adolescenziale

Matteo

E’ un dato di fatto: Raul Montanari è in Italia uno dei migliori cantori del mondo adolescenziale. Anche il suo ultimo libro, Il regno degli amici che stilisticamente e strutturalmente è il suo romanzo più completo, ha come protagonisti degli adolescenti, ripresi magistralmente in una Milano deserta durante l’estate del 1982, l’estate del Mundial, della musica rock nervosa che sostituisce le sinfonie tipo The Wall dei Pink Floyd. La bravura di Montanari sta proprio nella sua capacità di presentare al lettore questa età difficile e ancora informe, un’età che è una vera e propria alterità per la vita degli uomini.
I suoi romanzi hanno sempre un doppio registro temporale: quello del presente in cui il protagonista sta vivendo un momento critico e il passato in cui è avvenuto il trauma originario. Da questo punto di vista Il regno degli amici è molto simile a "Il tempo dell’innocenza", anche in quel caso Montanari parlava degli anni Ottanta, in particolare del 1986 e del disastro nucleare di Chernobyl, e del 2011, anno del disastro di Fukuyama. L’uomo, così come la natura, è sempre in bilico, vive in una terra di nessuno e da questo punto di vista rimane un adolescente, è questo quello che Montanari vuole farci capire. Gli anni Ottanta sono sicuramente in bilico tra le passate ideologie degli anni sessanta e settanta e quelli della modernità imperante del XXI secolo, dunque possono essere definiti anni adolescenziali, in cui l’Italia non è ancora un paese del tutto adulto ma ha già vissuto il suo trauma originario, l’assassinio di Moro. Tra le vicende della Storia si intreccia così la storia degli individui che vivono la loro precarietà, in particolare nel periodo dell’adolescenza quando ancora non si è fatta una netta distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male.
Quello che spiega Montanari è proprio questo: il male si nasconde dappertutto ed esce quando e da chi meno te lo aspetti. Lo provano sulla loro pelle Demo (l’io narrante de Il regno degli amici), Fabiano, l’amico più smaliziato e sveglio, Elia, detto il Profeta, amante della musica rock progressiva e psichedelica e Velardi, il saggio e il più adulto tra loro. Trovano una casa abbandonata sui Navigli che diventa la loro tana per bere alcolici, fumare spinelli, guardare giornaletti pornografici; un regno dove scoprire il confine sottile tra emulazione e rivalità, complicità e gelosia. In questo paradiso in terra si presenterà Valli, che vive con la mamma in un camper sul fiume, ogni giorno pesca nel canale e dorme su un’amaca posta su un albero, una ragazzina selvaggia, con gli occhi verdi e un corpo esile chiuso in una salopette, che diventa una vera e propria epifania per il gruppo di amici. Così il mondo maschile, con il suo spirito di cameratismo, viene completamente travolto dal mondo femminile di Valli e ne resterà affascinato, soprattutto Demo e Fabiano che, per amore di Valli, finiscono per intaccare il loro rapporto d’amicizia. Sarà proprio il contatto con questo mondo altro che porterà alla fine della loro spensieratezza e felicità, rappresentata splendidamente dalla copertina del libro. Demo, Fabiano, il Profeta e Velardi si scontreranno con la crudeltà e malvagità della vita reale, che lascerà impressa una traccia non solo nel loro cuore, ma anche nei loro sguardi, gesti e corpi.

Raul Montanari

Il regno degli amici

Einaudi, Stile Libero Big, Pagg 316

€ 18
Il regno degli amici

LA FINE DELL'INNOCENZA

Matteo

Ho appena chiuso il libro, spengo la luce del comodino, è ormai notte fonda. Una volta immersi in queste pagine, scritte a quattro mani da Mario Pistacchio e Laura Toffanello, se ne resta completamente catturati. La sensazione che il libro offre è quella di immergersi in profondità nell’acqua, dove diventa fondamentale trattenere il fiato fino a quando finalmente si torna a galla e si può ricominciare a respirare. Bisogna leggerlo tutto d’un fiato, senza pause né compromessi.
Il libro è tutto racchiuso in una splendida frase:
«Non si invecchia mai un po’ alla volta. C’è un momento preciso, nella vita, in cui ti accorgi che è successo. E’ una certezza, e non contano gli anni che hai. Capita quando smetti di andare avanti e ti scopri a guardarti alle spalle. Scruti i tempo che se n’è andato. Lì dietro sono rimasti i tuoi unici amici, i ricordi, l’illusione che niente possa mai finire davvero».
La storia è ambientata nei dintorni di Venezia, a Brondolo, sul Brenta, durante l’estate del 1961. I protagonisti sono cinque ragazzi, che fanno venire in mente i personaggi di Stand by me di Stephen King e Huckleberry Finn di Mark Twain: Michele, Stalino, Menego, Ercole e Vittorio Boscolo (la voce narrante di questa favola nera). Nessuno dei cinque sa che questa sarà l’ultima estate dell’innocenza e della giovinezza. Infatti un evento luttuoso segnerà per sempre le loro vite e li costringerà a diventare adulti troppo presto, quando ancora avrebbero l’età per scambiarsi le figurine dei propri idoli e giocare a calcio immedesimandosi con i calciatori dell’Inter del mago Herrera. In un pomeriggio assolato, mentre disputano l’ennesima partita di pallone, il fratello di Ercole, Narciso, scompare …
Questa scomparsa apre una vera e propria crepa non solo nei ragazzi, ma anche nel corpo intero degli abitanti del paese, arretrato e bigotto che sembra non essere ancora stato toccato dal boom economico e che vive all’ombra del campanile e aspetta per agire le decisioni del parroco, don Antonio.
Dopo la scomparsa di Narciso, il libro si sviluppa intorno alla ricerca della verità, si cerca di capire chi ha rapito Narciso e per quale motivo, di sondare gli innumerevoli silenzi che coprono, come una pesante nube nera, l’intera Brondello. Infatti, oltre dell’arretratezza e del bigottismo di questo paese della provincia veneta, descritti magistralmente da Pistacchio e Toffanello che si inseriscono sulla linea narrativa tracciata da Massimo Carlotto, si parla dell’assoluta incomunicabilità tra padri e figli. Unico personaggio adulto positivo è il nonno di Vittorio, Cestilio, confidente del nipote.
Ma nella ricerca di questa Verità, che verrà fuori inesorabilmente e con tutta la sua prepotenza alla fine del libro, altre domande si pongono alla mente del lettore: quel cane nero che esce da un cespuglio subito dopo la scomparsa di Narciso è la reincarnazione del ragazzo, che ha deciso di cambiare fattezze per allontanarsi da un padre violento? Ma forse la domanda fondamentale, che aleggia lungo tutto il libro, viene direttamente da un libro, in particolare da Il conte di Montecristo che la professoressa ha consigliato a Vittorio come lettura estiva: la vera vendetta è il perdono?
Per rispondere a queste domande non vi resta che una cosa: aprire il libro.

Mario Pistacchio e Laura Toffanello

L'estate del cane bambino

66thand2nd, 224 pp

16 €
L'estate del cane bambino

Un fortunato incontro casuale

Laura

Mettendo in ordine gli scaffali della libreria, ho visto per caso un saggio di M.Amis sulla letteratura. "Contro i cliché" ed.Einaudi. Il titolo mi è sembrato promettente; l'ho sfogliato e poi abbandonato perché la critica letteraria non mi seduce più di tanto.
Ma sono andata a vedere la bibliografia di Amis. Ho trovato e letto un breve romanzo giallo "Il treno della notte" ed.Einaudi. Mi è piaciuto.
Così sono arrivata a "LIONEL ASBO".
E mi sono innamorata definitivamente di Amis e mi sono innamorata di Lionel.
E' un libro scritto bene,scattante,asciutto;con un bellissimo ritmo; in certi momenti mi sono lasciata trasportare dal suono della scrittura perdendomi.
E' ironico, cattivo,lucidamente satirico. E' intelligente ma non pesante ne' pedante.
E' divertito,surreale,strabordante; un libro nel quale sono entrata immediatamente e totalmente.
Non voglio raccontare LIonel Asbo; penso che sia più bello scoprirlo leggendolo e sorprendersi.

Martin Amis

LIONEL ASBO stato dell'Inghilterra

Einaudi, pagg 320, trad. dall'inglese di Federica Aceto

€ 20
LIONEL ASBO stato dell'Inghilterra

TRE UOMINI NEL BOSCO

Matteo

Davvero molto interessante l’esordio letterario di Armando Minuz, che è nato ai piedi delle Dolomiti ma ormai da anni vive a Parma. Proprio nella città emiliana, ma più in particolare sul suo Appennino, è ambientato questo racconto lungo, caratterizzato da una scrittura secca e senza orpelli.
Il protagonista è Emilio, professore di letteratura italiana all’Ateneo parmense, un uomo ferino che vive al limite del mondo. Il racconto inizia con un pugno che Emilio dà sul naso di un suo studente. Alla vista del sangue, che sgorga interminabile dal naso del povero ragazzo, Emilio fugge sconvolto. Il sangue, insieme alla bestialità, sono le costanti di tutto il libro, che vuole riflettere sulle radici familiari: la corporeità e la gestualità sembrano gli unici modi per comunicare.
Dopo il discutibile e drammatico fatto, Emilio decide di tornare nella casa del padre Lando sull’Appennino emiliano, dove è rimasto a vivere il fratello maggiore Leone. Nella sua stanza Leone sta finendo di intagliare un’opera, l’esatta riproduzione dell’Enea, Anchise e Ascanio di Gian Lorenzo Bernini. Da anni Leone aiuta il padre nel duro lavoro dei campi, mentre Emilio è stato ripudiato dal padre, dopo aver scelto di non fare il contadino e di trasferirsi in città.
I rapporti tra i tre uomini sono assolutamente basici ed elementari, i verbi più utilizzati riguardano la bocca, le mani e il corpo in generale. Sembra però che qualcosa aleggi sopra di loro, un’entità che spesso riverbera dalla luce profonda e quasi celestiale che tutte le mattine si intravede dalla finestra della stanza di Emilio. Questa assenza/presenza è il vero punto di raccordo tra questi tre uomini: la madre di Emilio e Leone, la moglie di Lando.
Credo che il titolo possa deviare il lettore dal punto nevralgico del racconto: non si deve guardare tanto ai simboli maschili, come il lavoro nei campi e la caccia, di cui sono grandi esperti Lando e Leone, quanto a quelli femminili che più volte vengono messi in evidenza da Minuz: il camino, inteso come focolare domestico e soprattutto il bosco, simbolo fiabesco della Terra-madre. È proprio nel bosco che i tre protagonisti del racconto, come nelle tragedie greche – perché Minuz rielabora la tragedia antica – cercheranno la loro catarsi e quindi la riappacificazione con il mondo. Nel bosco, alla presenza della madre, Lando, Emilio e Leone cercano di fare i conti con il proprio passato, ma ciò che Minuz cerca di lasciare al lettore è una sensazione di profondo ignoto, data dall’oscurità della vita stessa …

Armando Minuz

Ho portato sulle spalle mio padre

Nutrimenti, pagg 174

€ 15
Ho portato sulle spalle mio padre

A Tokyo, cento anni fa

Monica

Che bello questo libro che parla di quotidianità, di vita di coppia mediocre ma serenamente felice (è un ossimoro, lo so, ma illudiamoci che sia possibile) anche se pian piano scopriamo che questa felice serenità poggia su un presupposto imbarazzante, che i due protagonisti vivono con grande senso di colpa.
Sosuke (lui) e Oyone (lei) sono una coppia affiatatissima, che nella Tokyo di inizio Novecento basta a se stessa, in un ripetersi di azioni banali, tra lavoro, faccende domestiche, chiacchiere dopo cena. Ma Oyone è stata la donna del migliore amico di Sosuke prima che quest’ultimo se ne innamorasse, ricambiato. Il fatto di averlo entrambi tradito non rompe la loro felicità, ma è una realtà che pesa sulle loro coscienze, tanto che le continue gravidanze mancate vengono tacitamente vissute dalla coppia come una punizione del fato. Quando poi Sosuke capisce che per una strana coincidenza l’ex amico potrebbe ricomparire del tutto casualmente come ospite di un vicino di casa, decide di rifugiarsi per qualche giorno in un tempio zen, un po’ per curiosità, un po’ per pusillanimità, un po’ per mettere alla prova le proprie capacità introspettive. Da quel periodo di reclusione, accettato dalla moglie con la solita bonomia con la quale accetta qualsiasi decisione del marito ma anche qualsiasi fatto della vita, Sosuke tornerà dimagrito, cambiato, provato nel fisico e nell’animo. Perché si troverà a fare i conti con la sua totale incapacità di concentrarsi, di meditare, di dedicarsi insomma alla vita monastica. E il lettore si immedesima con lui, con singolare e inaspettata empatia, quando lo vede addormentarsi sul quesito postogli dal maestro (“Qual era il origine il mio viso prima che nascessero mio padre e mai madre?”), quando lo guarda contorcersi per il mal di gambe a forza di stare inginocchiato, quando legge che non riesce a svegliarsi nonostante i richiami del monaco che lo accudisce. Dall’eremo tornerà sconfitto (ma senza alcun giudizio negativo ad accompagnarlo, nessuna “pagella” da parte dei monaci), ma anche rafforzato, più cosciente di sé. Ritroverà la solita Oyone, nessuna traccia dell’amico, e la primavera che torna a riscaldare la natura e il clima. “Che bella cosa, finalmente è tornata la primavera!” commenta lei a chiudere la narrazione. “Sì, ma presto sarà di nuovo inverno” aggiunge lui pessimista. Ma è il pessimismo del bambino che non vuole darla vinta, che vuole dire la sua a tutti i costi anche se è l’ultimo a crederci. E il finale assume così una tinta ironica, quella che solo un autore dallo sguardo critico ma generoso, mai cinico, sa darci.
Ironia, grande capacità descrittiva e profonda conoscenza dell’animo umano sono gli ingredienti di partenza di questo romanzo fatto di antieroi, di uomini e donne comuni, che parlano di tutto e niente, capaci di prendersi in giro e di prendere la vita per quello che è. Bella anche l’ambientazione, sia quella urbana di una Tokyo già frenetica un secolo fa sia quella domestica o quella del tempio. Ma a tutto questo la gran parte di noi non avrebbe accesso senza l’ottima traduzione dal giapponese (e utilissimo glossario in appendice) di Antonietta Pastore.
Peccato che Soseki (1867-1916), l’autore dal nome quasi assonante con quello del protagonista, non ci sia più. Così antico e così moderno, essenziale, necessario.

Natsume Soseki

La porta

Neri Pozza, pagg 237

€ 16,00
La porta

Tra arcaico e moderno: il ritorno di Ulisse

Matteo

Il libro di Marcello Fois (il secondo di una trilogia, il primo è Stirpe) è scritto in uno stile ottocentesco, sconvolgente nella sua linearità e semplicità. Il lettore, fin dalle prime pagine, si trova immerso, anzi sospeso, in una terra di mezzo fra mito, arcaicità, natura e modernità.
Durante la storia Vincenzo Chironi, un Ulisse del XX secolo, torna ad essere isolano e a vedere con occhi puri e veri la sua Sardegna, la sua Itaca. Tutto è caotico, viscerale e basico, anche l'amore che diventa una forma patologica, una vera e propria malattia che porta alla tragicità. Ed ecco la parola che può sintetizzare il romanzo: tragico. Il tragico della Seconda guerra mondiale fa da sfondo alla tragicità della famiglia Chironi, vera vittima della Storia. Un libro da “ruminare”, come ha scritto Nietzsche per la sua Geneaologia della morale.

Marcello Fois

Nel tempo di mezzo

Einaudi, pagg 272

€ 20,00
Nel tempo di mezzo

Mosè il primo scalatore

Matteo

Erri De Luca descrive poeticamente il momento più alto dell'Antico Testamento: l'annuncio dei dieci comandamenti. Mosè è visto come il primo scalatore del mondo il quale, salendo al cielo ed avvolto dalle nuvole, intrattiene un vero scontro con Dio che gli consegna il decalogo, il codice etico per il popolo ebraico in particolare e per il mondo in generale.
Dio ha passato all'uomo i suoi comandamenti, che non sono più parola divina ma diventano parola umana. Compito dei maschi sarà quello di ricordare questo momento, di trasmettere la memoria di questo evento divino. Come le donne danno la vita procreando, così gli uomini, da quel momento in poi, daranno la vita mediante il ricordo ... Nelle poche pagine di questo pregevole pamphlet, il lettore sente tutta la durezza del deserto, tutta la violenza dell'incontro-scontro tra Dio e Mosè, tutto il timore ma anche la speranza di un popolo, quello eletto, a cui è affidato il compito più difficile nella storia dell'umanità: diffondere il verbo divino.
Mosè diventa il mediatore tra il cielo e la terra, una volta che sceso il decalogo diventa patrimonio dell'umanità. Il valore non è più soltanto metafisico, ma etico. Compito di tutto il genere umano è quello di non dimenticare questo evento e di rispettare i dieci comandamenti - i quali non hanno valore solo normativo, ma anche e soprattutto relazionale. Non a caso Levinas scriverà che nell'Altro bisogna vedere il volto di Dio, come è successo a Mosè sul Sinai. Solo in questo modo è possibile rispettare il decalogo ...
Un piccolo libro che affronta un tema universale con grande delicatezza e sensibilità, per fare in modo che anche ai nostri giorni non venga dimenticata quella aspra battaglia tra Dio e Mosè per l'etica umana

Erri De Luca

E disse

Feltrinelli, pagg 89

€ 10,00
E disse

Il potere delle parole

Matteo

Il libro del cantastorie Roberto Vecchioni, da poco ristampato, ha un fondamento biblico. Nel secondo capitolo del Genesi, in un passo per lo più considerato di poca importanza, si mostra la capacità umana di dare un nome alle cose. Come Dio ha separato la luce dalle tenebre, l'uomo, creato ad immagine di Dio, pone ordine nel mondo caotico attraverso la separazione e la distinzione (le "sfumature" come le definisce Vecchioni) date da concetti linguistici.
Le parole non sono importanti solo per armonizzare il mondo, ma anche perché si fanno veicolo dell'amore e, soprattutto, della memoria: senza parole non c'è passato, né presente e tanto meno futuro... Gli abitanti di Selinunte sono costretti ad esprimersi in modo animalesco, senza riuscire ad esprimere la complessità e le sfumature dei propri sentimenti.
Chi potrà salvare la città da questa specie di apocalisse linguistica? Forse un bambino (che come dice Pessoa: "si è sempre bambino, il passato che resta"), che ha ancora la capacità di vedere l'incanto della vita...
Questo libro è anche un inno sulla bellezza del leggere e, soprattutto, della diversità e dell’anticonvenzionale che la cultura porta. Essere anticonvenzionali è un pregio in un mondo omologato che, il più delle volte, si esprime con gesti forti e senza senso, senza proferire parola... Il vero compito dell'uomo è quello di esprimersi con le parole e le sue diverse sfumature, per creare un Diario per Dio, da portargli il giorno che lo si incontrerà...
Da leggere

Roberto Vecchioni

Il libraio di Selinunte

Einaudi, pp 72

€ 8,00
Il libraio di Selinunte

Se la felicità è un optional

Monica

Certamente questa è una recensione disonesta, politicamente scorretta, vergognosamente partigiana. Perché il libro l’ho tradotto io, insieme alla mia bravissima collega e amica Maria Gottardo.
Dunque siete avvisati, sto per comporre un peana. Le Tre Sorelle è un romanzo cinese contemporaneo, scritto da un autore (Bi Feiyu, classe 1964) che in Cina è molto noto e che in Italia è già stato tradotto (sempre da noi e sempre per Sellerio). E’ la storia, per l’appunto, di tre sorelle che crescono in una Cina rurale, in un periodo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Tre ritratti di donne molto diverse, tre ragazze che lottano ciascuna a modo suo per ottenere rispetto, benessere, una posizione nella società. Forse non la felicità, ma questo in fondo non sembra importare granché a nessuna delle tre. Come a dire che quando le condizioni intorno sono dure (e nelle campagne cinesi di quegli anni lo erano eccome) la felicità è secondaria, è un’opzione non contemplata, un lusso cui nemmeno si pensa. La trama non ve la racconto se no non lo comprate più. Come fare per invogliare i lettori italiani a leggere narrativa cinese? Mi ci arrovello da anni. Lo stile e le tematiche sono diverse dai modelli cui siamo abituati e coi quali noi occidentali siamo più o meno cresciuti, questo è vero, ma non è un motivo sufficiente per non provarci: suvvia, prendetevi questo Bi Feiyu, leggetevelo, regalatelo (anche solo per la SPLENDIDA traduzione…) E se non vi piace venite a lamentarvi in libreria, io vi aspetto.

Bi Feiyu

Le tre sorelle

Sellerio, trad. dal cinese di Maria Gottardo e Monica Morzenti

€ 16, pagg 360
Le tre sorelle

Un libro/un gioco: esperimento di recensione a quattro mani

Laura e Matteo


Vi piace il cinema? Riguardate almeno tre volte al mese Il Padrino, C’era una volta in America e Shining?
Indovinare duecentouno capolavori del cinema, smontati in sequenza di immagini, sarà una bella sfida per voi cinefili.
E’ un bel gioco e, vi avvisiamo, il Natale è vicino …

Matteo Civaschi, Gianmarco Milesi, H-57

Filmology

Rizzoli, pagg 224

€ 9,90
Filmology

Perché essere una principessa?

Matteo

Tutte le bambine vogliono essere delle principesse, trovare il proprio principe azzurro e sposarsi. Tutte tranne una: la piccola Olivia.
Molto curiosa e un po’ birichina, Olivia riempie la testa di mammae papà di tante domande e non vuole mai andare a dormire. In questo caso chiede: Perché vogliono essere tutte uguali? Non è molto più bello e divertente distinguersi?
Olivia sta vivendo una vera e propria crisi di identità: ad Halloween si è travestita da facocero e, mentre la mamma le racconta una fiaba, non si immedesima assolutamente nella principessa, prigioniera nella torre, che viene liberata dal principe.
Ma allora cosa fare? Nel letto, con le coperte rimboccate, tra il sogno e la veglia comincia a meditare: potrebbe diventare un’infermiera, adottare orfanelli da tutto il mondo o fare la giornalista d’assalto e scoprire tutti i traffici illeciti delle grandi società finanziarie. Ma all’improvviso l’idea che la fa alzare di soprassalto: in effetti perché essere una principessa quando si può essere regine?
Un albo illustrato dedicato alle bimbe “regali” che si vogliono distinguere.
Età di lettura: 3 anni

Ian Falconer

Olivia e le principesse

Edzioni Nord-Sud, pagg 32

€ 13,90
Olivia e le principesse

La grande bellezza del quotidiano

Matteo

Potrebbe sembrare il solito modo per “seguire una moda”, ci si potrebbe chiedere il perché di una recensione su un libro di Francesco Piccolo, fresco di Premio Strega e che sicuramente non ha bisogno di ulteriore pubblicità. Vorrei invece essere una voce un pò fuori dal coro e proporre l’esordio narrativo di Piccolo, per dirvi fin da subito che forse è l’unico, tra la sua caotica produzione, che meriti davvero di essere “spulciato” così da liberarlo dalla posizione supina che ha assunto sugli scaffali della libreria.
Innanzitutto la struttura: non è un romanzo, ma nove racconti di vita quotidiana, una vera e propria analisi minuziosa della vita degli esseri umani dall’infanzia fino alla giovinezza. Il lettore passa in rassegna diverse storie, alcune divertenti, altre surreali ma tutte con un pizzico di malinconia nostalgica sui tempi andati: dalla storia del figlio che non capisce perché la madre gli chieda sempre di stare dal lato della strada mentre accompagna il fratellino a scuola, al viaggio picaresco di Mimmo e dei suoi tre amici per arrivare in America, raggiungendo il mare su una zattera lungo il fiume Volturno.
Poi lo stile: in ogni racconto c’è una sorta di calma meridiana che profuma di sud Italia, una vera e propria pace meditativa che Piccolo utilizza per scandagliare l’animo umano in tutti i suoi anfratti. Ogni gesto e ogni sguardo diventano un particolare che nasconde qualcosa di meraviglioso; in questo consiste la grande bellezza della quotidianità: riuscire ad assaporare ogni attimo visto come principio di tutte le cose.
Un piccolo libro sulle esperienze della vita

Francesco Piccolo

Storie di primogeniti e figli unici

Einaudi, pagg 136

€ 9,50
Storie di primogeniti e figli unici

Pittori naif lungo il fiume Po

Matteo

Alfredo Gianolio, nato a Suzzara ma residente a Reggio Emilia, è stato per tutta la vita un avvocato dei poveri e delle cause perse in partenze. Negli anni Settanta, grazie alle sollecitazioni dell’amico di Luzzara Cesare Zavattini, ha cominciato a registrare le vite di alcuni artisti naif che vivono o vivevano lungo il fiume Po. Come moderno cantore, ha ridato linfa vitale alle narrazioni orali di questi pittori che non sanno dipingere e neppure scrivere, ma che si oppongono alla cultura ufficiale che socraticamente crede di sapere ma non sa. In fondo questi artisti sono come i fiori in serra, se vengono messi a contatto con l’aria esterna muoiono …
Come il lento e lungo Po, queste brevi storie oscillano tra la storia con la esse maiuscola, in particolare le vicende dell’occupazione tedesca e della Resistenza, ed eventi di vita quotidiana, le lunghe giornate spese a pescare, a lavorare nei campi, a dipingere paesaggi e animali oppure a preparare i tortelli di zucca.
Come ne L’Antologia di Spoon River o Winesburg, Ohio, attraverso questi racconti registrati e trascritti da Gianolio, il lettore ha la possibilità di addentrarsi nella vita di una pittoresca comunità che, come nei quadri di Udo Toniato, fa dell’amarcord la sua poetica preferita.
Un libro per veri sognatori

Alfredo Gianolio

Vite sbobinate e altre vite

Quodlibet, pagg 240

€ 14,50
Vite sbobinate e altre vite

La vita è ricordo

Matteo

Il testo di Annamaria Gozzi e Monica Morini, illustrato da Daniela Iride Murgia, è davvero un piccolo straordinario libro, trenta pagine di pura poesia. Edito dalla piccola casa editrice Edizionicorsare, è anche un laboratorio-spettacolo dal titolo Conta che ti conto, rappresentato al Teatro dell’Orsa di Reggio Emilia; oltre ad essere diventato un vero e proprio caso editoriale grazie ad Anna Menichetti che su Radio3 gli ha dedicato una puntata di Fahrenheit.
La fiaba comincia così:

Conta che ti conto
la vita si racconta
tiritiritera
questa è una storia quasi vera

I protagonisti sono un saltimbanco e una deliziosa oca che si ritrovano d’estate nella piazza del paese di Tarot, diventato cupo e triste da quando sono sparite le parole, le storie e conseguentemente i ricordi. Il libro si struttura su un impianto profondamente citazionista: da una parte Lo conto de li cunti del napoletano Giambattista Basile, dall’altra I racconti di mamma Oca di Charles Perrault, funzionario dell’amministratore statale durante il regno di Luigi XIV e collaboratore di Colbert.
Il saltimbanco e l’oca mettono in evidenza una serie di parole che devono proustianamente riportare alla memoria ricordi e storie degli abitanti di Tarot. La parola è vista come una possibilità narrativa e comunicativa, infatti grazie alle storie gli abitanti ricominciano a parlarsi e a fare domande. In queste splendide immagini, realizzate in modo davvero particolare da Daniela Iride Murgia grazie al tratto del disegno dal sapore antico e al colore pastello tenue che offre al lettore la sensazione di essere dentro un sogno, ogni parola insegna una storia che rievoca una memoria. Si viene così a creare, per merito dell’oca e del saltimbanco, un vero e proprio lessico familiare che ha un’unica regola: sa raccontare chi sa ascoltare.
La fiaba non contempla la parola fine, infatti all’interno è presente un gioco dell’oca, una vera pista per l’immaginazione in libertà di grandi e piccini. Ci sono trenta caselle, ogni casella ricorda un racconto suggerito dall’oca e dal saltimbanco che in una sera d’autunno, una volta rimesso in moto il filo della memoria degli abitanti di Tarot, lasciano il paese. Chi non racconta resta fermo. Vince chi arriva per primo all’ultima casella, che ha impressa la parola Nascita. Per l’agognato premio si deve rispondere alla domanda più difficile: Quando cominciano le cose? Cosa accade all’inizio?

Cosa sai?
Conta che ti conto
la vita si racconta
tiritiritera
questa è una storia vera

La narrazione è fondamentale perché veicola l’esperienza, che serve ad affrontare al meglio le insidie della vita. La morale del libro è incantevole: la salvezza è anche e soprattutto nell’irrazionale, nel ricordo: ricordare conta più di vivere.
Uno splendido regalo per Santa Lucia o Natale.

Annamaria Gozzi, Monica Morini, Daniela Iride Murgia

A ritrovar le storie

Edizionicorsare, 2014, pagg 32 + gioco allegato; età consigliata: dai 4 anni in su

€ 18,00
A ritrovar le storie

Madame Bovary vive a Boston!

Matteo

Ho letto questo libro su consiglio di un'amica. La devo assolutamente ringraziare. Il piccolo libro di Savage è davvero interessante, perché mescola diverse tematiche e le sintetizza tutte nella figura del protagonista: Firmino, un "ratto" che vive in una piccola e selezionata libreria di Boston, nutrendosi (in senso letterale e metaforico) di libri. La lettura, oltre a permettere la sopravvivenza fisica ed intellettuale di Firmino, diventa un mezzo di evasione dalla realtà, una sorta di droga, a cui difficilmente potrebbe fare a meno.
Firmino, come la Madame Bovary di Flaubert, proietta la mente in una specie di paradiso terrestre; ma ogni volta che torna dai suoi voli pindarici resta deluso dalla realtà, perché si sente intrappolato in un mondo che non gi appartiene. Riprendendo la lezione di Schopenhauer, Firmino non solo si accosta alla figura femminile uscita dalla penna di Flaubert, ma la sua stessa vita sembra quella del "contemplatore" descritta dal filosofo di Danzica. Firmino non è un "lottatore", ma è colui che ha preso coscienza dell'esistenza di cui però si rifiuta di essere esecutore, diventando una specie di eroe della noluntas. L'unica via di uscita (o, se si preferisce, via di fuga) per questo topastro intellettuale sembrerebbe il ritorno, di pascoliana memoria, al nido famigliare...

Sam Savage

Firmino. Avventure di un parassita metropolitano

Einaudi, pagg 179. Trad. di Evelina Santangelo

€ 14,00
Firmino. Avventure di un parassita metropolitano

Un formidabile metaromanzo

Matteo

Emanuele Trevi ha saputo scrivere un libro davvero interessante. Un vero e proprio metaromanzo, nella scia dello sperimentalismo tipico di Pier Paolo Pasolini. Il volume è inoltre la dimostrazione del coraggio di una piccola casa editrice come Il Ponte alle Grazie, che ha pubblicato un piccolo capolavoro.
Il libro alterna la storia biografica dell'autore che si è trovato a lavorare presso il romano Fondo Pasolini all'inizio degli anni novanta, dove troneggiava una perfida Laura Betti, soprannominata non a caso La Pazza e pagine che sembrano saggi di critica letteraria su Pier Paolo Pasolini, in particolare sul suo ultimo romanzo incompiuto, Petrolio. Ne esce, da una parte, l'immagine di uno scrittore - Emanuele Trevi - assolutamente innamorato di Pasolini e dall'altra si delinea la poetica pasoliniana incentrata sul tema della morte, intesa come vera e propria iniziazione alla vita secondo il rito misterico di Eleusi.
Un libro che consiglio caldamente di leggere

Emanuele Trevi

Qualcosa di scritto

Ponte alle Grazie, pagg 256

€ 12,00
Qualcosa di scritto

L’America post 11 settembre

Matteo

E' emblematico che il libro termini con due domande, lasciando aperto il racconto come se fosse sospeso.
Il libro ha come unico ed assoluto protagonista un ragazzo di diciott'anni: James Sveck che non ha molto a che vedere con il giovane Holden di Salinger. James è purtroppo troppo conformista, soprattutto quando pensa che una cosa che non si vuole fare vada fatta, nel nostro caso la sua gita a Washington e, poi, nella scelta di andare all'università, mentre il suo desiderio sarebbe quello di mollare tutto e prendere una casa nel Midwest. La scelta di James sarebbe quella di un esilio autoimposto, perché si sente a disagio nell'interagire con gli altri, anche con quelli a cui vuole bene (si pensi all'amico John, che lavora nella Galleria d'arte della madre). Ma, durante un viaggio in treno, scopre che vivere a New York è come essere in esilio tutti i giorni.
Peter Cameron descrive un'America vulnerabile, in cui le persone sono come atomi impazziti, che difficilmente riescono ad incontrarsi e quando si incontrano i rapporti sono superficiali e vuoti. L'unico rapporto sincero e vero che James intrattiene è con la nonna Nannete, che rappresenta il passato positivo dell'America. Così James diventa il simbolo di una generazione di americani che hanno vissuto in prima persona la tragedia dell'11 settembre e le guerre in Iraq ed Afghanistan. Una generazione che si sente fragile ed indifesa, in balia degli eventi. Il titolo del libro non si riferisce solo a James, ma a tutta l'America, che vive in uno stato di schizofrenica vulnerabilità, in una fase postmoderna e post metafisica (James, in un punto del racconto, esprime il suo rammarico per non essere religioso, perché sicuramente la religione lo aiuterebbe nei momenti difficili): "un giorno questo dolore ti sarà utile", perché, come dice la nonna a James: «A volte le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa dobbiamo fare davvero ... godersi i momenti felice è facile».

Peter Cameron

Un giorno questo dolore ti sarà utile

Adelphi, 206 pagg, trad. di Giuseppina Oneto

10 €
Un giorno questo dolore ti sarà utile

La traccia della memoria

Matteo

Michele Mari riesce a scrivere un libro davvero bello, che si inserisce nella linea letteraria di Robert Stevenson ed Edgar Allan Poe per le sue ambientazioni avventurose e neogotiche.
Il libro si struttura su un doppio registro linguistico: da una parte la cultura colta di un ragazzino, Michele, che si nutre famelicamente di romanzi di avventura e di gialli, e dall'altra la cultura popolare dell'Uomo del Verderame, il contadino Felice, che agli occhi di Michele viene visto come un mostro, ma un mostro amico che gli dà la possibilità di entrare nella sua testa, piena di voragini e di crepe ... Ed ecco che in questo connubio tra cultura dotta e cultura popolare Michele rimane affascinato dalla visione del mondo di Felice e dovrà così ricostruire una storia che ha come protagonisti conigli, lumache francesi ed un enigmatico uomo in divisa. Mari riesce a costruire un romanzo freudiano, in cui la rimozione diventa la protagonista assoluta e Michele tende, come Robinson Crusoe, a cercare le tracce della memoria lasciate da Felice ... Nella consapevolezza che la storia non è del tipo teorizzata da Hegel, ma è costruita dai ma e dai se. Sono proprio i ma e i se a rendere imprevedibile e stupenda la Storia, che si trasforma in storie ... Un libro assolutamente da leggere.

Michele Mari

Verderame

Einaudi, pagg 164

€ 18
Verderame

E voi per che decennio optereste?

Monica

Immaginatevi un 1984 scritto oggi con piglio umoristico ma non per questo meno drammatico. In un futuro collocabile grosso modo a metà anni 2000 il mondo, anzi una parte di esso o forse solo il nostro paese o magari solo un pezzo d’Italia, è stato artificialmente suddiviso in Zone in cui il tempo si è fermato rispettivamente agli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta e Zero. Impossibile varcare i confini da una Zona a un’altra, così la gente finisce col crescere e invecchiare nella terrificante sicurezza di uno stesso decennio ripetuto all’infinito. Walter Fontana, brillante autore di questo romanzo a metà tra il divertissement fantascientifico e lo studio sociologico, ci diverte (parecchio) facendoci scorrazzare tra i decenni e riportandoci alla mente modi di dire o di far merenda del tempo che fu (bellissimo il dialogo tra un abitante di Zero e uno di Sessanta sull’Ace, succo di frutta per il primo e candeggina per il secondo), facendoci riflettere non senza un po’ d’amarezza sulla nostra fragilità piscologica, le nostre paure, la nostra propensione a farci cullare da illusioni che sappiamo inaffidabili ma che scegliamo pur di non impegnarci a fare i conti con la libertà. Libertà che il protagonista riacquista a fatica nell’ultimo capitolo, in un finale travolgente e rocambolesco. Chissà che per contagio questa voglia di libertà non venga anche a noi. Leggiamolo.

Walter Fontana

Splendido visto da qui

Giunti, pagg 284

14€
Splendido visto da qui

L’Heidegger di Franco Volpi

Matteo

Gli scritti raccolti nel volume sono le prefazioni e postfazioni alle opere di Heidegger curate dal filosofo, scomparso prematuramente, Franco Volpi tra il 1978 e il 2007. Volpi, che come traduttore di Heidegger non resta indifferente alla vita privata del “mago di Messkirch” e che si è sempre tenuto alla larga da quegli heideggeriani, o presunti tali, che hanno ridotto il suo pensiero ad una mera scolastica, ha il merito di strappare il filosofo al luogo comune del pensatore astratto e oscuro.
Per Volpi, Heidegger ha avuto l’abilità, anzi la grandezza, di sviluppare in modo capillare il mondo contemporaneo: «Heidegger intende e pratica la filosofia non come un’attività teoretica fra le altre, come un sistema di teorie e dottrine indifferente alla vita, ma come una comprensione della vita che implica una forma di vita e dà forma alla vita». Da qui la sua controversia con Ernst Jünger sulla tecnica intesa come ultima manifestazione del nichilismo, che andava combattuta vivendone fino in fondo la drammaticità. Heidegger si oppone all’idea di Jünger secondo la quale fosse già avvenuto l’oltrepassamento della tecnica. Il mago di Messkirch è un filosofo radicale, che ha tentato in tutta la sua opera di tornare all’origine del pensiero, ossia a quella nozione di verità che aveva subito un cortocircuito a causa del pensiero platonico e aristotelico, consistente in una dimenticanza dell’Essere oppure in un compimento nichilistico della metafisica nella tecnica. Heidegger tenterà di combattere la regressione della metafisica che, a partire da Platone, ha fatto della verità un valore conoscitivo e non un Evento. Per questo diventa fondamentale il termine Ereignis, inteso come “evento-appropriazione”, ossia coappartenenza dell’Essere e dell’esserci. Lo scopo di Heidegger è quello di smarcarsi dal linguaggio della metafisica e dal concetto tradizionale di Essere. Da Platone fino a Nietzsche l’Essere era stato imprigionato, per liberarlo era indispensabile vivere fino in fondo tale crisi. Da qui l’importanza dei seminari su Nietzsche, che rappresentano il periodo più complesso e duro di Heidegger, che lo portano a pensare al suicidio. E’ indubbio che Heidegger non riuscirà a sollevarsi filosoficamente dal de profundis di Nietzsche, dall’«abisso Nietzsche».
Dal 1936 l’opera heideggeriana sembra il diario di bordo di un naufragio, il naufragio dell’Essere; la bravura di Volpi consiste proprio nell’aver mostrato la tragicità filosofica nella quale ha versato il filosofo di Messkirch.

Franco Volpi

La selvaggia chiarezza. Scritti su Heidegger

Adelphi, pagg 336

€ 16,00
La selvaggia chiarezza. Scritti su Heidegger

Dalla Cina all’india, tra treni carretti e camion

Monica

Vikram Seth oggi è uno dei più famosi e apprezzati e tradotti autori indiani. E’ anche un ometto affabile e brillante che parla una varietà impressionante di lingue, tutte benissimo. Tra queste il cinese, che scrive anche in una calligrafia che non teme confronti (mi pregio di avere, su un libro, una sua dedica proprio in cinese). Seth, indiano di formazione internazionale, trascorse anche un biennio, nei primi anni Ottanta, presso l’Università di Nanchino, al termine del quale pensò di rientrare in India percorrendo via terra parte del tragitto. Partendo da Nanchino arriva in treno nella regione nordoccidentale della Cina, poi trova un passaggio in camion e, ottenuti i permessi necessari, arriva in Tibet per poi sconfinare in Nepal e da lì prendere un volo per Delhi.
In questo racconto di viaggio, nonché bellissima “fotografia” della Cina di quegli anni, Seth ci rende partecipi delle sue vicissitudini, dei rapporti con le persone che incontra (privilegiati dal fatto che Seth parla cinese) e soprattutto delle tante e acute osservazioni su quel che vede. Interessanti soprattutto le riflessioni che scaturiscono dal confronto dei due giganti asiatici, India e Cina, in un periodo in cui certo non si immaginava che un giorno sarebbero diventati le colonne dei BRICS: la Cina era da poco uscita dalla Rivoluzione Culturale e l’India era ancora un paese semiarretrato con molti problemi economici e demografici.
Pubblicato in inglese nel 1983, il libro uscì in traduzione italiana nel 2001 per EDT e oggi Longanesi ce lo ripropone per la gioia di coloro ai quali fosse all’epoca sfuggito. A me piacque immensamente allora e l’ho riletto d’un fiato adesso, con grande nostalgia.

Vikram Seth

Autostop per l'Himalaya

Longanesi, pagg 256. Traduzione di Alessandro Cogolo

€ 16,40
Autostop per l'Himalaya

Piccola grande Polleke

Matteo

Il libro di Guus Kuijer è davvero pregevole. La protagonista è una bambina di 12 anni Polleke, che da grande vuole fare la poetessa e che ha già sulle sue piccole spalle una serie infinita di questioni che affronta con ironia e sensibilità.
I temi trattati dall'autore sono di grande attualità: famiglie allargate - è il caso della migliore amica di Polleke Caro il cui padre è omosessuale e ha dato il proprio seme per l'inseminazione artificiale della madre che ha un compagno (il problema per Caro sarà capire chi chiamare papà) – il multiculturalismo e il razzismo - straordinaria la storia d'amore fra Polleke e il marocchino Mimum, già promesso sposo ad una ragazza marocchina – il tradizionalismo e la religione, visti come ostacolo ma anche come una possibilità per avvicinarsi alle persone care.
La piccola Polleke è in realtà molto più adulta di tutti gli adulti che le girano intorno. L'immagine che viene data dei grandi è davvero tragica: uomini e donne che hanno grosse difficoltà a vivere bene i propri sentimenti e decisamente insani. La piccola Polleke quindi tenta di superare i momenti difficili attraverso stupende poesie, che si intervallano all'interno del racconto di Kuijer. Un libro da leggere, soprattutto perché affronta problemi che in Italia sono ancora di difficile digeribilità e smonta l'idea, ormai tutta italiana, che esista unicamente la famiglia tradizionale da Mulino Bianco.

Guus Kuijer

Per sempre insieme, amen

Feltrinelli Kids, pagg 96, trad di Valentina Freschi

€ 11,00
Per sempre insieme, amen

MEGLIO SOLI, ALMENO OGNI TANTO

di Monica

Confesso di essere vittima di un'infatuazione per Claudio Giunta che mi spinge a trovare irrinunciabile tutto quel che lui scrive,
probabilmente anche la nota della spesa. Lo trovo lucido, brillante, divertente, umilmente snob, dotato di quella rara capacità di muoversi con agio oltre i confini dei generi,
passando dal registro più colto a quello squisitamente pop senza disdegnare il tono a tratti confidenziale che mette subito il lettore a proprio agio.
Il tutto con una verve blandamente umoristica che colora con successo un paesaggio, quello islandese qui descritto, che rischierebbe altrimenti di apparire tetro e a tratti desolante.
Questo di Giunta è un bellissimo libro sull'Islanda che è insieme una guida, un saggio, un diario di viaggio, un pretesto per parlare di sè,
di noi, di storia, geografia, musica, letteratura, società.

In un'edizione impeccabilmente sobria, che proprio per questo si distingue in un mare di edizioni spesso assillantemente strillanti,
Quodlibet ci presenta questo libro confezionato a quattro mani in quanto corredato dalle foto di Giovanna Silva. A una serie di capitoli che ricostruiscono piuttosto dettagliatamente
il viaggio in Islanda (inclusi i mutevoli stati d'animo di chi lo compie, il viaggio, dettati dai repentini quanto radicali cambi di tempo atmosferico) seguono 32 foto di Giovanna Silva,
poi un interessante "Dossier Islanda" con approfondimenti culturali e infine un'utile appendice con gli "Appunti locali", con tanto di indicazioni e suggerimenti
su dove dormire e cosa comprare, come in una qualsiasi guida turistica.

Provocatorio fin dal titolo, in un intelligente e vivificante gioco del rovescio che tende a spiazzare il lettore per poi sorprenderlo facendogli intuire che la prima impressione era sbagliata,
questo Tutta la solitudine che meritate, che suona all'inizio minaccioso, ci conduce in giro per quest'isola strana e dura, difficile e poco abitata, facendocene scoprire l'aspetto
tonificante e portandoci ad amarne l'asprezza, fin quasi a farci nascere non dico l'impellenza ma il desiderio di andarci, a trovare questa solitudine di cui forse avremmo
a tratti tutti bisogno. Una solitudine non punitiva, anzi quasi una ricompensa, questa possibilità di aprire una finestra su un mondo diverso, che ci aiuti magari a capirci un po'
meglio, noi stessi, così complicati e confusi da un mondo sempre così urlato. La solitudine che, appunto, tutti un po', almeno ogni tanto, ci meriteremmo.

Claudio Giunta, Giovanna Silva

Tutta la solitudine che vi meritate Viaggio in Islanda,

Quodlibet Humboldt, Pagg 183,

euro 19,00
Tutta la solitudine che vi meritate Viaggio in Islanda,

Se si legge, non tutto è perduto

Monica

In un saggio/intervista condotto da Giorgio Zanchini, Marino Sinibaldi, oggi direttore della terza rete radiofonica Rai e ideatore dell’ormai storico programma Fahrenheit, ripercorre la storia della propria maturazione culturale, anche attraverso l’evolversi dei media sullo sfondo di un’Italia del dopoguerra che passa dalla contestazione alle radio libere all’annichilimento televisivo. Ci racconta del suo passare da una fase formativa in cui la politica e l’attenzione al sociale sono il cardine attorno al quale ruota e si amplia la sua sete di conoscenza, a una fase di impegno e crescita all’interno del mezzo radiofonico che lo porta poi a ricoprire il ruolo importante che occupa tuttora.
Sinibaldi non è un intellettuale nostalgico che lamenta la perdita di antichi valori, né tanto meno uno che tema l’avvento del digitale (sì al digitale no al virtuale, pare essere il suo slogan più ricorrente), al contrario sembra rinfrancarci sulla possibilità, se non di rivoluzionare il mondo, di spostare, come dice il titolo, il confine “un millimetro più in là”. Il confine tra il progresso (vero) e lo sfascio, tra la crescita culturale e lo sfacelo, insomma tra l’andare avanti in modo assennato o lasciarsi trascinare passivi alla deriva. E il segreto sta tutto nel leggere, nel frequentare letterature, anche nell’isolarsi e perdersi tra le pagine (cartacee o digitali) di un libro, saggio o narrazione che sia.
Il tutto in una lunga intervista mai noiosa né banale, molto lucida, colloquiale senza cadere nel luogo comune. Come quelle chiacchere che se siamo fortunati ci capita di fare ogni tanto con un amico intelligente, che magari non svela soluzioni inarrivabili ma che con la sua visione nitida e scevra di pregiudizi ci aiuta a scoprire, della realtà che avevamo sotto gli occhi, un lato nuovo, un’angolazione dalla quale non ci eravamo mai sporti a sbirciare e che un po’ ci conforta, soprattutto a noi che i libri li vendiamo.

Un ulteriore plus del volumetto (poco più di 120 pagine in un formato tascabile e agilissimo) è un’appendice che cita per esteso tutti gli estremi delle opere citate nel corso della conversazione. Che sono tante e variegate e fanno nascere altre curiosità. In questo Sinibaldi è, da sempre, davvero maestro: condividere, trasmettere curiosità.

Marino Sinibaldi e Giorgio Zanchini

Un millimetro più in là, intervista sulla cultura

Editori Laterza, pagg 137

12 €
Un millimetro più in là, intervista sulla cultura

Un cinese ben tradotto da un traduttore che il cinese non lo sa

Monica

Prendo spunto dalla Laura (vedi qui sotto) e cercando anche di emulare la sua encomiabile stringatezza parlo anch’io di un libro cinese, però molto più vecchio di quello di Mo Yan. E’ di Lu Xun, uno scrittore importantissimo in Cina mentre da noi non lo conosce quasi nessuno. Grande intellettuale, pensatore lucido e innovativo, fu tra gli animatori del rinnovamento culturale della Cina del primo Novecento. La vera storia di Ah Q è un classico, una novella che mette a nudo le debolezze di un fanfarone senza lavoro e senza dimora, uno che si crede un superuomo ma vive da pezzente ed è pieno di pidocchi. E per Lu Xun era una metafora della Cina di quegli anni, una Cina in piena disfatta che lui cercava di risvegliare in tutti i modi. In questo libro sono raccolti altri suoi racconti famosi, che andrebbero letti tenendo sullo sfondo mentale la Cina di quegli anni. Da sottolineare che questa edizione ci ripropone una bellissima traduzione di uno che il cinese non lo sapeva per niente: Luciano Bianciardi, incaricato negli anni ’50 da Giangiacomo Feltrinelli di tradurre quest’opera che l’editore aveva intuito come fondamentale. Bianciardi si basò su un’edizione inglese e il risultato è ottimo. Perché la regola ferrea (mai tradurre un’opera da una lingua che non sia quella originale!) può essere infranta, se a infrangerla è un Signor Traduttore come Luciano Bianciardi.

Lu Hsün (Lu Xun)

La vera storia di Ah Q e altri racconti

SE Assonanze, pagg 207, trad. di Luciano Bianciardi

€ 21,00
La vera storia di Ah Q e altri racconti

VITA CINESE

Laura

Alla ricerca di mondi sconosciuti, ho incontrato "L'uomo che allevava i gatti "
Mo yan, 9 racconti, vita cinese. Mondo sconosciuto visto che non conosco la Cina, la sua storia, se non quel poco che tutti sanno. E mi sono trovata in una natura descritta con precisione, non pignoleria, amorevole poetica delicata. Campi di girasoli, erba, foglie,torrenti, ruscelli, uccelli; colori suoni odori. Una natura conosciuta amata, che dà da vivere. Ma una vita pesante. Gli uomini sono induriti,piegati persino crudeli, come se non potessero permettersi il lusso di sentimenti.
Ma poi leggi " Il tornado" e ti commuovi per l'intensità del rapporto tra nonno e nipote, pudico senza parole. Sta tutto in un ciuffo d'erba.
E poi leggi "L'uomo che allevava i gatti", l'ultimo dei 9 racconti, e conosci una specie di pifferaio magico arcaico buio inquietante.
E così questo libro mi ha respinta affascinata infastidita stupita meravigliata conquistata.

Mo Yan

L'uomo che allevava i gatti

Traduzione a cura di Mariarita Masci

€ 10,80 Einaudi
L'uomo che allevava i gatti

Nel labirinto della storia

di Matteo

Sebastiano Vassalli, come un moderno Omero, si fa cantore della guerra tra Cimbri e Romani avvenuta nel 101 a.C.
Una volta chiuso il libro rimane in bocca la polvere della battaglia, che si svolge tra Novara e Vercelli in terre al tempo ancora selvagge.

e che offre la possibilità all'autore di fare alcune riflessioni sulla storia, la violenza e l'amore.
In queste terre selvagge non si sfidano soltanto due modi diversi di rappresentare il mondo: quello bellicoso dei Cimbri e quello ambizioso dei Romani;
il lettore assiste alla contesa all'interno delle due schiere tra il nuovo, rappresentato da Boirige e Caio Mario, e il vecchio, Agilo e Lucio Silla.
Ma sulla storia con la esse maiuscola, con i suoi intrighi e le sue vergogne, domina l'amore tra Tasgezio e Sigrun, la storia dei vinti.

Un libro da avere nella propria biblioteca

Sebastiano Vassalli,

Terre selvagge,

Rizzoli, pp.297,

euro 18,00
Terre selvagge,

Persone sole che guardano un fiume impazzito

di Mauro

Roma nord, ponte Milvio, il Tevere minaccia di esondare e piove. Sembra piovere sempre su questo angolo di Roma,
in questo doloroso e catartico esordio di Stefano Sgambati (classe 1980).
Gaspare è un signore distinto dai modi raffinati e, fin troppo, studiati che durante una cena confessa l'inconfessabile ai suoi ospiti,
Carmen e Corrado, mandandoli volutamente in crisi. E poi c'è Irene, pericolosa come un fiume in piena, figlia e vittima di Gaspare.
E poi c'è Matteo, libraio, che vorrebbe salvarla dalle sue pillole, dal suo sesso promiscuo, dal suo padre accentratore. Che vorrebbe arginarla.
Cinque personaggi che s'incontrano e scontrano in ripetuti rapporti di forza che come il fiume si gonfiano e sgonfiano;
eroi imperfetti che ricercano nella solitudine dell'altro le motivazione della propria felicità e la forza di andare avanti.
Un noir dei sentimenti. Tracimante.

Stefano Sgambati,

Gli Eroi Imperfetti,

QMinimum Fax, pp. 277,

euro 15,00
Gli Eroi Imperfetti,

Waiting for Nothing ovvero storia di un vagabondo

di Laura

È questo l'indispensabile per chi vive per strada. Breve romanzo autobiografico di Kromer,
vissuto per qualche anno da vagabondo senza tetto e morto giovanissimo. Asciutto e senza sentimentalismi,
né pietistico né eroico è un libro duro ma densissimo che non cerca di spiegare, semplicemente ci mostra una realtà
che spaventa e che spesso fingiamo di ignorare. E che fa venire molti dubbi su atteggiamenti e giudizi.

Tom Kromer,

Un pasto caldo e un buco per la notte,

Quodlibet, tr. Mario Maffi, pp. 189,

euro 15,00
Un pasto caldo e un buco per la notte,

lunedì 15.00 - 19.30

da martedì a sabato

10.00 - 14.00 e 15.00 - 19.30

domenica 10.00 -13.00

Dal 2 luglio orario estivo: chiusi domenica!

chiusi per ferie dal 6 al 27 agosto

incrocio quarenghi

 

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tel 035 217128

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